Pubblicato il: 26.11.2025
Di Nativia Bühler
Jaqueline Glicksman, 81 anni, è tornata tra le rovine della sua casa nel kibbutz di Ein HaShlosha, in Israele, mesi dopo che i terroristi di Hamas hanno preso d’assalto la sua comunità il 7 ottobre 2023. La sua casa era stata ridotta in cenere e innumerevoli ricordi erano andati persi nel fumo, ma lei era determinata a tornare. L’ICEJ è intervenuta per aiutare i sopravvissuti come Jaqueline nel loro viaggio di ritorno a casa con l’acquisto di due veicoli elettrici in stile “golf car” per aiutarli a ritrovare mobilità e indipendenza.


Quel giorno Ein HaShlosha, situata vicino al confine con Gaza, si trovò ad affrontare un attacco senza precedenti. Circa 75 terroristi si infiltrarono nei campi del kibbutz, fortunatamente individuati da un elicottero che neutralizzò parte della minaccia e scongiurò ulteriori imboscate. Nonostante questo, quattro residenti furono uccisi e 16 case furono incendiate. Alcune case furono segnate da fori di proiettile, mentre altre rimasero danneggiate a causa del lancio di razzi. Agli attacchi seguirono i saccheggi, che lasciarono la comunità traumatizzata e sotto shock.
Mentre le famiglie si stavano trasferendo dagli hotel alle abitazioni temporanee, l’ICEJ ha fornito incoraggiamento e supporto alle famiglie sfollate a causa dell’attacco. Nel 2025, il team AID dell’ICEJ ha consegnato 130 pacchi regalo alle famiglie evacuate da Ein HaShlosha. Questi pacchi, donati grazie alla generosità dei cristiani di Singapore, facevano parte di un’iniziativa più ampia che ha consegnato oltre 1.500 pacchi ai kibbutz evacuati, tra cui Nir Oz, Re’im, Be’eri, Kfar Aza e Nachal Oz.
“L’obiettivo è far sentire a ogni comunità la presenza e il sostegno dei cristiani da tutto il mondo”, ha affermato Nicole Yoder, vicepresidente di AID e Aliyah. “Vogliamo che sappiano che non stanno affrontando questo momento da soli.”
L’esperienza di Glicksman quel giorno fu straziante. Sola a casa, inizialmente entrò nella sua stanza di sicurezza quando suonarono le sirene, ma quando uscì per preparare il caffè, sentì al di fuori degli spati e il grido di “Allahu Akbar”. Capì che il pericolo era imminente. “Non stavano certo distribuendo dolciumi”, ci ha detto ironicamente.
Pensava di essere al sicuro, ma poi ha sentito la porta aprirsi e un terrorista armato è entrato in casa sua, rubandole il tablet e il telefono che lei stava usando per contattare la sua famiglia. Con una mitragliatrice legata al petto e una fascia con scritte arabe, il terrorista la sovrastò guardandola dritto negli occhi e, portandosi dito alla bocca, le fece segno di stare zitta. Immobilizzata dallo shock, lei obbedì mentre lui usciva dalla stanza, lasciandola senza capire cosa si stesse svolgendo oltre la sua porta. Pochi istanti dopo, sentì qualcosa spargersi all’esterno. Rendendosi conto del pericolo, l’ottantunenne raccolse tutte le sue forze, salì su un alto comò, raggiunse il telaio della finestra e saltò fuori in pantofole e pigiama.
Correndo per circa 1,5 chilometri attraverso il kibbutz, superò le case bruciate dei suoi amici, i corpi senza vita e vide persino un veicolo della sicurezza distrutto, con il capo della sicurezza che giaceva morto accanto. Correndo tra il fumo, le fiamme e gli effetti personali sparsi, bussò a diverse porte cercando un posto sicuro, finché i vicini Marcelo e Collie Cohen finalmente le diedero riparo.

Tornata mesi dopo, Jaqueline ha descritto l’impatto di quello che le è accaduto. “Mi fa male che abbiano bruciato la mia casa, la mia vita. Non è rimasto niente” ha detto. Ha anche espresso una sua costante paura: “Non posso sapere se succederà di nuovo e questo mi terrorizza.” Ma comunque, nonostante il trauma, è determinata a tornare a casa, “Questa è casa mia. Non ne ho un’altra,” ha detto.
Suo figlio, Yossi, che ha parlato con noi in un’intervista, ha raccontato la sua storia con emozione: “Lo spirito di Dio ha coperto mia madre e l’ha protetta. Non ho altre spiegazioni per il fatto che lei oggi sia viva.” Yossi ha aggiunto, “Ha attraversato l’inferno e prego che possa vivere il resto della sua vita nella pienezza e nella guarigione.”

La storia di Ein HaShlosha ci mostra sia l’impatto che gli attacchi del 7 ottobre hanno avuto nell’immediato che la continua necessità di recupero e supporto che hanno causato.
Grazie alla generosità dei cristiani di tutto il mondo, l’ICEJ sta contribuendo agli sforzi di rinascita e ricostruzione, oltre a fornire assistenza per i traumi e per altre necessità. In questo caso, stiamo aiutando i sopravvissuti del 7 ottobre come Jaqueline a riconquistare l’indipendenza. Oggi lei non solo è sopravvissuta per raccontarci la sua ispirante storia (saltare da una finestra a 81 anni per sfuggire ai terroristi), ma ha anche un veicolo elettrico che l’ICEJ le ha donato e che costituisce uno strumento pratico che le permette di muoversi e attraversare la sua comunità ricostruita.
Se vuoi cambiare vite come quella di Jaqueline aiutandole a riprendersi, superare e trovare un domani migliore, per favore considera di donare al nostro fondo per la Crisi in Israele: help.icej.org/crisis